Nuove progettualità, nuove opportunità.

La situazione in cui ci troviamo oggi, dove la rivoluzione digitale promette, attraverso i suoi protagonisti, di cambiare radicalmente e in meglio sia il funzionamento globale della società sia la vita degli individui. E naturalmente genera simmetriche paure tra quanti temono invece che tali cambiamenti si possano rivelare involuzioni e regressioni. Le tensioni ideologiche sono tanto più acute in quanto alla base del cambiamento si pone una pervasiva diffusione della tecnologia nella vita sociale. D’altra parte, abbiamo visto come sia oggetto di dibattito lo stesso ruolo determinante dell’innovazione tecnologica nel mutamento in corso. Libertà, autonomia e controllo degli strumenti e dei processi di creazione dovrebbero essere la base per ogni progetto non solo artistico, ma anche politico e sociale, che possa considerarsi realmente democratico. Eppure il concetto di autonomia, che porta con sé lo spinoso quanto inevitabile aspetto della responsabilità, sembra allontanarsi sempre di più dai nostri ambienti di produzione intellettuale a qualsiasi livello, trasformati spesso in vuote e “ricattabili” comunità prive di passioni e incapaci di aggregare, e tanto meno condividere, idee visionarie e progetti di trasformazione culturale e sociale. L’idea visionaria quanto realistica è che la capacità di fare rete in modo autonomo e libero sfruttando e ampliando le tecnologie a disposizione possa essere davvero il nodo centrale per un nuovo modello di vita basato sulla condivisione delle informazioni e dei processi a livello locale e globale. Questi aspetti, se pur complessi, permettono di capire le dinamiche che animano alcuni fenomeni particolari come l’innovazione, i processi tecnologici e i modelli competitivi fra grandi imprese e mercato. Incrementare la conoscenza, l’innovazione, la ricerca ed il trasferimento al sistema produttivo è alla base del modello di sviluppo perseguito da molte aziende, che richiede l’espansione di un articolato quadro di collaborazioni e relazioni tra diversi soggetti ed attori di processi innovativi. La centralità del metodo di lavoro, dell’autoproduzione e dell’autonomia hanno avuto parte in molti movimenti fin dall’avvento della Rivoluzione industriale, da John Ruskin, da William Morris e dal movimento Arts and Crafts fino alla controcultura degli anni Sessanta e, più di recente, al Craftivism. Inoltre non tutti questi fenomeni condividono gli stessi valori, tenendo conto che l’etica del fai-da-te si ritrova in parecchi casi, dai garage dello spirito americano della Frontiera all’anticonsumismo dei gruppi punk degli anni Settanta. Perché è chiaro, ad esempio, che gli artigiani ci sono sempre stati e sempre hanno dialogato con i designer. Come, ad esempio, è avvenuto storicamente nei distretti italiani.  Così come sono frequenti i designer-imprenditori, da Arteluce a Tom Dixon. Non è difficile descrivere il contesto in cui si muovono i maker italiani, dato che l’Italia possiede una lunga storia di arte, di artigianato e di integrazione geografica e sociale di sistemi industriali costituiti da distretti produttivi. I FabLab (ovvero le officine di fabbricazione digitale) sono uno dei più diffusi tipi di spazio dedicati al “fare” in comune (accanto agli hackerspace, ai sewing caffè e ai Techshop). Ma la sperimentazione, sia high sia low-tech, richiede un approccio molto pratico. Il design contemporaneo è una composizione molto interessante ad alto e basso contenuto tecnologico. L’agire lavorativo, diventando generativo, richiede nuovi schemi di interpretazione sia per le esperienze, sia per l’apprendimento che deriva dalla formazione di nuove tipologie di collaborazione. Il lavoro e la maestria artigianale si trovano così a governare processi di apprendimento nelle reti “glo (bal) (lo)-cali” coniugando, in modo sistemico e ricorsivo, la pratica di mestiere con la creatività volta all’innovazione. Per Sennett le nuove tecnologie si dividono in due macro categorie: i replicanti e i robot. Nel primo gruppo rientrano le macchine che rispecchiano ed imitano le nostre caratteristiche, il loro funzionamento è tarato in base ai parametri umani; il secondo gruppo riguarda macchine potenziate che amplificano le attività umane, fornendo prestazioni di gran lunga superiori, strumentazioni attraverso le quali l’uomo misura la propria inadeguatezza, entrando in crisi e sfiduciando le proprie abilità. Oggi, per il sociologo americano, è in atto un divorzio tra la mano e la testa, favorito dal cattivo utilizzo delle macchine che privano l’essere umano del ragionamento intellettivo, depauperandolo della capacità di sviluppare abilità. Ma cosa succede alla mente dell’architetto quando la realizzazione pratica di un oggetto viene scissa dalla manualità dell’azione? Il disegno, il tratto scritto è da sempre considerato come l’esperienza che al meglio riesce a conferiti piena conoscenza dell’oggetto in questione. Tramite la riscrittura e la revisione il prodotto prende forma dentro di noi, inizia un confronto diretto con la materialità, con la sua corporeità, il disegnatore crea un legame che è impossibile da riprodurre con l’iperrealtà istantanea fornita dal programma.  Necessario, quindi, risulta instaurare un rapporto che sia bidirezionale tra uomo e macchina, in modo che il primo non diventi uno spettatore passivo di abilità tecniche sempre più avanzate senza potervi partecipare attivamente. Ciò che è in realtà accaduto negli ultimi anni è che questi e altri progetti hanno iniziato a collegarsi a rete e a scoprirsi reciprocamente, e che – attraverso manifestazioni e social media – hanno, costituito una vera e propria comunità.

Angelo Minisci