La centralità del metodo di lavoro, dell’autoproduzione e dell’autonomia hanno avuto parte in molti movimenti fin dall’avvento della Rivoluzione industriale, da John Ruskin, da William Morris e dal movimento Arts and Crafts fino alla controcultura degli anni Sessanta e, più di recente, al Craftivism. Inoltre non tutti questi fenomeni condividono gli stessi valori, tenendo conto che l’etica del fai-da-te si ritrova in parecchi casi, dai garage dello spirito americano della Frontiera all’anticonsumismo dei gruppi punk degli anni Settanta. Perché è chiaro,ad esempio, che gli artigiani ci sono sempre stati e sempre hanno dialogato con i designer. Come, ad esempio, è avvenuto storicamente nei distretti italiani, prima che – fra le altre cose – improvvide “visioni” sostenessero che era necessario far la battaglia sui costi (compresi quelli del lavoro), quindi delocalizzare e alla fine depauperare un “saper fare” che ha caratterizzato proprio il nostro sistema produttivo. Così come sono frequenti i designer-imprenditori, da Gino Sarfatti e Arteluce a Tom Dixon. Non è difficile descrivere il contesto in cui si muovono i maker italiani, dato che l’Italia possiede una lunga storia di arte, di artigianato e di integrazione geografica e sociale di sistemi industriali costituiti da distretti produttivi. I FabLab (ovvero le officine di fabbricazione digitale) sono uno dei più diffusi tipi di spazio dedicati al “fare” in comune (accanto agli hackerspace, ai sewing café e ai Techshop). Ci sono molti FabLab nel mondo, da Boston al Sudafrica, dall’Afghanistan all’India e dalla Nuova Zelanda al Brasile. Soltanto in Olanda sono attivi 13 FabLab, tra cui uno mobile sistemato su un autocarro e una piccola officina che sta in una stanza. Il primo FabLab venne installato dieci anni fa al MIT, ma si è dovuto aspettare quasi un decennio per vedere il primo FabLab italiano, il torinese FabLab Italia. Era un centro di produzione temporaneo reso possibile dall’ìniziativa di Massimo Banzi di Arduino; e fortunatamente si è da quest’anno trasformato in un FabLab permanente (il FabLab Torino delle Officine Arduino). Va osservato che, per esempio, non esiste un FabLab in attività a Milano, dove le iniziative sono numerose ma sfortunatamente nessuna è ancora in grado di raggiungere la massa critica richiesta per avviare un centro di produzione. Si va comunque delineando in Italia uno scenario interessante che va dai designer computazionali di Co-de-iT a marchi di abbigliamento liberi come OpenWear e a piattaforme di e-commerce fai-da-te come Blomming, dalle tecnologie indossabili di alto livello di Plugandwear alle concrete sperimentazioni di stampa tridimensionale di D-Shape e a molti altri. Negli anni passati abbiamo anche visto sul web comunità come l’Arduino community, manifestazioni locali come WeFab e, più recentemente, la comparsa sui social network di gruppi come il romano Hopen e in particolare su Facebook il gruppo Fabber in Italia, il più attivo attualmente sulla scena nazionale (nato dal precedente gruppo Fabber in Milan).

A cura di
Angelo Minisci

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>